Quali sono le razze riconosciute come pericolose? Ok, il pensiero comune dice  il Rottweiler, poi pure il Pit Bull, ma ce ne sono di altre? Diciamo che vi è parecchia confusione in merito, anche se esiste tuttavia una lista delle razze riconosciute come “pericolose”.

L’ordinanza del 12 dicembre 2006 denominata “Tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione di cani”, è stato un primo modo per fare chiarezza. Poi il 23 marzo del 2009 è entrata in vigore una nuova ordinanza chiamata stavolta “Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani”. Con riferimento a quella precedente, viene scritto che “non solo non ha ridotto gli episodi di aggressione ma, come confermato dalla letteratura scientifica di Medicina Veterinaria, non è possibile stabilire il rischio di una maggiore aggressività di un cane sulla base dell’appartenenza a una razza o ai suoi incroci.”

Nell’ultima ordinanza non c’è vera e propria lista di razze pericolose, solo in quella del 2006 vi era un definito elenco che comprendeva determinate razze, per le quali (inclusi i casi degli incroci) si prevedeva l'obbligo di guinzaglio e museruola, quando venissero condotte in luoghi pubblici e/o su mezzi di trasporto pubblico.

Ecco, perciò, questa lista: American Bulldog; Cane da pastore di Charplanina; Cane da pastore dell’Anatolia; Cane da pastore dell’Asia centrale; Cane da pastore del Caucaso; Cane da Serra da Estreilla; Dogo Argentino; Fila brazileiro; Perro da canapo majoero; Perro da presa canario; Perro da presa Mallorquin; Pit bull; Pit bull mastiff; Pit bull terrier; Rafeiro do alentejo; Rottweiler e Tosa inu.

Tuttavia, diverse sono le critiche che si sono levate subito nei confronti di tale lista. Alcune razze, infatti, non sono presenti in Italia, ci sono poi sbagli nella denominazione delle razze e, cosa non di poco conto, l’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani si è espressa così: “quanto detto vale per qualsiasi cane: la correlazione fra alcune razze canine e la pericolosità è infatti scientificamente infondata.”


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